Federico Fellini: vent’anni di solitudine

Il 31 Ottobre 1993 la storia del cinema italiano mutava inesorabilmente.

Il 31 Ottobre 1993, a causa di un ictus, moriva Federico Fellini e, con lui, il mondo malinconicamente onirico, visionario e patinato dei suoi film.

Federico Fellini

“Avevo sempre sognato, da grande, di fare l’aggettivo. Ne sono lusingato. Cosa intendano gli americani con “felliniano” posso immaginarlo: opulento, stravagante, onirico, bizzarro, nevrotico, fregnacciaro. Ecco, fregnacciaro è il termine giusto.” In questo modo era solito parlare di se stesso, di quelle opere che lo hanno consacrato al mito e di quel successo mondiale che non si aspettava e che, invece, aveva raggiunto in breve tempo.

Ancora adolescente, Fellini manifesta il suo genio nel disegno e, terminati gli studi classici, si trasferisce a Roma per cercare di realizzare il suo desiderio di diventare un giornalista. Le prime soddisfazioni arrivano quasi subito, quando inizia a collaborare come disegnatore per una rivista satirica e a scrivere copioni e gag per noti personaggi dello spettacolo; la prima svolta della sua carriera è datata 1941 ed è segnata dalla sua collaborazione con l’EIAR, Ente Italiano Audizioni Radiofoniche (per il quale lavorerà come autore radiofonico) e dall’incontro con Giulietta Masina, inseparabile compagna di vita e straordinaria interprete di molti dei suoi film. I suoi esordi dietro la macchina da presa saranno Luci del varietà, del 1950, in collaborazione con un grande dell’epoca, Alberto Lattuada e I vitelloni, del 1952, diretto in solitaria. Da lì in poi un susseguirsi di (capo)lavori con i quali metterà a punto i suoi tratti distintivi: un realismo onirico, magico, uno stile nuovo, stravagante e un malinconico e tagliente sguardo sulla mutevole società degli anni Cinquanta.

Federico Fellini

La strada lo consegnerà al successo mondiale e gli farà aggiudicare, nel 1957, il premio Oscar come miglior film straniero. (Premio, tra l’altro, istituito appositamente quell’anno.) I titoli da citare e i successivi commenti che dovrei fare sarebbero innumerevoli ma, sicuramente, i film che più comunemente si associano al suo nome sono due. La dolce vita esce nel 1960 e stravolge ogni canone estetico esistente fino ad allora nel cinema: Marcello Mastroianni, amico e alter ego cinematografico in quasi tutti i suoi film, lo scalpore della celebre scena del bagno nella fontana di Trevi e la decadenza morale della società di cui si parla sono ormai storia. Amarcord, invece, è del 1973 e presenta tutte le caratteristiche dell’ultimo Fellini; usando un’espressione tipica del dialetto romagnolo (“Amarcord”, “mi ricordo”), varca le soglie della maturità, affrontando il tema della memoria ed esplorando la sua Rimini, la “città dell’anima”.

La-Dolce-Vita Federico Fellini

Potrei continuare a scriverne e parlarne all’infinito, per la vastità del patrimonio che ci ha lasciato e per una smodata passione personale che mi lega ad un regista tanto amato quanto, troppo spesso, non capito.

Quando morì, Fellini aveva 73 anni e si era da poco reso conto che i suoi cinque Oscar, gli innumerevoli Nastri d’Argento, le Palme d’oro e i Leoni di Venezia non gli servivano più a nulla: da tre anni, infatti, non riusciva più a girare per mancanza di finanziamenti. Chissà cosa avrebbe da (ri)dire oggi del cinema italiano che stiamo lasciando alle future generazioni!

Unica magra consolazione: il suo genio non è stato dimenticato, anzi è stato valorizzato grazie a diverse iniziative, come il recente restauro de La dolce vita, ad opera del marchio Gucci e di Martin Scorsese e a due ancora più recenti film/documentari, Che strano chiamarsi Federico! di Ettore Scola, presentato all’ultimo Festival di Venezia e Federico degli spiriti. L’ultimo Fellini, di Antonello Sarno, in programma al prossimo Festival di Roma.

Federico Fellini Amarcord

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