FoodSista / La cucina dei fuori sede

Se c’é una categoria che ha fatto del cucinare un’arte inarrivabile ë quella dei fuori sede.
Fuori sede: ragazzi e ragazze che in genere a 19 anni lasciano il nido familiare per frequentare l’universitá in una città lontana.
Ci concentreremo sui ragazzi, si, perché in questo caso una differenza di genere ancora permane, perché, mentre per quanto riguarda le non pulizie e il non ordine domestico le donne non hanno nulla da invidiare agli uomini, nell’alimentazione mantengono una parvenza di civiltà, o almeno è così nella maggior parte dei casi.

cucina fuori sede
Il fuori sede arriva spesso da un piccolo comune del sud, si ritrova in città grandi come Roma, Milano o più piccole come Bologna e Firenze ma già nei primi giorni è inebriato dalla sensazione di libertà, una casa da dividere con altri nelle stesse condizioni, genitori lontani con annessi e connessi: mancanza di orari, possibilità di ospitare nella propria camera chi si vuole, utilizzo di sostanze alcoliche, sigarette e una nuova concezione del termine “ordine”.

Esaurito però il primo periodo di euforia iniziano a sorgere problemi pratici, primo tra tutti l’alimentazione. Si perché va bene i genitori che pagano le spese ma non è neppure pensabile il poter pranzare e cenare fuori ogni giorno. Tocca organizzarsi, fare la spesa e cucinare. Ora, questo termine ai più è sconosciuto, tra mamme, zie e e specialmente nonne si sono vissuti i 19 anni precedenti con l’unica preoccupazione di arrivare a tavola e scoprire ogni giorno un piatto diverso, cene e pranzi composti sempre almeno da un primo, un secondo, contorno, frutta e dolci.
Non è più così.
Per il fuori sede inizia una vita di mono piatti, o primo o secondo, al massimo un frutto. Ma procediamo con ordine, per cucinare bisogna prima di tutto fare la spesa e qui il fuori sede commette il primo errore, va al supermercato quando è posseduto da una fame atroce, ritrovandosi tra gli scaffali del supermercato con il carrello pieno di cose inutili, alimenti che in quel momento sembrano fondamentali per la sopravvivenza come pacchetti di patatine, merendine e salsa cocktail.

Arrivati alla cassa, una ecatombe, ci si salva grazie al bancomat.
Ci si rende conto come lontano dalla terra natia con 50 euro a stento si riempia una sola busta, dopo aver snobbato i volantini delle offerte dei supermercati. Quando ci si ritrova tra conterranei ci si può organizzare meglio, uno ci mette la casa, altri fanno la spesa e qualcun altro, il più portato, cucinerà per tutti, infine un fortunato estratto a sorte laverà i piatti, ma in genere si usa tutto di plastica, pure le teglie in alluminio, solo le pentole purtroppo continuano a farle in acciaio.
Ma le cene con amici non si possono fare ogni sera. Per il resto ci si organizza in qualche modo, spesso disastroso.

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Il fuori sede si ritrova per la prima volta a fare la pasta, a cucinare uova o una frittata. Pagine Facebook come il Coinquilino di Merda o Il Terrone fuori sede forniscono diverso materiale su come ci si possa approcciare ai fornelli. Tra le esperienze però non documentate dai social non possiamo non ricordare chi per la prima volta si è ritrovato a cucinare una cosa semplicissima ai più: pasta al sugo. Il fuori sede, di cui manteniamo l’anonimato, pensa bene di prendere la pentola, versarvi una bottiglia intera di passata di pomodoro, aspettare che il tutto arrivi al punto di ebollizione e a quel punto, buttare, nel senso più letterale del termine, la pasta. Risultato digiuno e pentola con fondo carbonizzato. Qualcuno si ritrova per la prima volta a farsi il caffè con la moka, dimenticando però l’acqua, con esplosione e caffè su tutte le pareti. Cuocere la carne sulla piastra crea una nebbia che rende impossibile raggiungere l’uscita prima di qualche ora. Fornelli e quello che ci sta intorno diventano ecosistema di organismi che si credevano scomparsi.

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Si inizia a modificare la propria dieta, meglio qualcosa di meno complicato, la pasta, questa volta immersa nell’acqua, si fa cuocere il tempo stabilito sulla confezione, si scola e a quel punto arriva lui, l’ingrediente salva vita di ogni fuori sede: sua maestà il tonno. I più raffinati tolgono prima l’olio in dotazione, altri neppure quello. Le scatolette di tonno non possono mancare dalla dispensa, lo si mangia anche solo con limone, per salvare un minimo di dignità si evita di consumarlo direttamente dalla scatoletta e si usa un piatto. Per accompagnarlo crackers o fette di pancarrè anche questi elementi essenziali nel kit di sopravvivenza. Nel proprio sportello fondamentali sono anche Nutella e fette biscottate, prodotti progettati per la colazione che per il fuori sede si tramutano spesso in cene. Nel frattempo le aziende hanno continuato a produrre cibi più o meno pronti. Il fuori sede fa incetta di spinacine, sofficini, cordon blue, sughi pronti, buste di insalata già tagliata e qualcuno si spinge oltre, superando un confine da cui non si può piú tornare indietro: i Quattro saldi in padella. Ognuno poi sviluppa dei cavalli di battaglia improbabili, ci si convince che si riesce a cucinare qualcosa e lo si prepara con orgoglio ogni volta che c’è un’occasione utile. In una casa romana ad esempio la specialità era il riso in bianco con delle enormi foglie di alloro e funghi, mentre in una residenza catanese, 5 giovani ragazzi offrivano agli ospiti sempre i tortellini con panna e prosciutto. Internet può essere d’aiuto, così come la telefonata a casa, con madre che impiega 47 minuti per spiegare come si fanno le patate bollite, meglio ordinare le pizze.

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Si modificano i gusti, il palato cambia forma, qualcuno dimagrisce chili su chili, qualcuno altro scopre a 20 anni di avere il colesterolo più alto di quello del nonno 90enne, la cosa più simile a un pasto normale viene consumato nella mensa universitaria e al McDonald’s. A salvare periodicamente il fuori sede ci sono i pacchi inviati da casa, desiderati come gli aiuti umanitari paracadutati su un’isola deserta durante un conflitto mondiale. Nella magic box si va dalle verdure che nella grande città vengono pagate a peso d’oro, olio extra vergine, formaggi e salsicce. I più altruisti organizzano serate a tema “mi è arrivato il pacco”, altri preferiscono prendere tutto e nasconderlo sotto il letto, andando a dormire abbracciati a una caciotta, sussurrando “il mio tesssoro”.

Il pacco garantisce un minimo di sopravvivenza in attesa di Natale, Pasqua e vacanze estive, occasioni in cui si ritorna a godere della cucina familiare, decine di portate, con i chili persi che ritornano presto, anzi si mette fieno in cascina, nella mente del fuori sede scatta un istinto animale che gli fa credere che il grasso immagazzinato con la doppia pasta a forno e l’arrosto con le patate saranno riserve a cui l’organismo attingerà quando ci si ritroverà di nuovo lontano, con il frigo vuoto…anzi no, si intravede qualcosa, delle sottilette dell’anno scorso.

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