LawSista / Di Europa, crociate e cioccolato

In principio era “Theobroma cacao” donato ai mortali, secondo la mia legenda preferita -le altre prevedono sempre principesse/mogli morte per difendere le loro virtù- dal dio Atzteco Quetzalcoàtl per farne una bevanda amara, energetica e afrodisiaca (nota tra i contemporanei con il nome scientifico di “confort food”). Il cacao, originario della zona sud americana,  era considerato alimento così prezioso da essere utilizzato addirittura come moneta di scambio, di conto e di unità di misura e riservato, presso i Maya, alle fasce nobili della popolazione.

cioccolato

Poi arrivarono Cristoforo Colombo (che il cacao non se l’è proprio filato di striscio) e quel genio di Cortes al quale dobbiamo l’introduzione massiccia dei semi di cacao – e loro derivati – in Europa.

La cioccolata veniva generalmente consumata sotto forma di bevanda finchè non arrivarono il Sig. Van Houten e il Sig. Lindt che ci regalarono quella che conosciamo come tavoletta di cioccolata, in tutte le sue molteplici varianti.  Può essere al latte, bianca o fondente, se vogliamo seguire le tre grandi macro aree di divisione dei golosi; possiamo poi avventurarci tra i mille rivoli del gusto destreggiandoci tra cioccolate arricchite da frutta secca o ripiene di crema o liquori. La qui presente scrivente è una purista (più che altro intollerante al lattosio, fatevi due conti…) e predilige la fondente al 70% di cacao.

Ecco, tutto ciò per dire che per me la cioccolata è una cosa seria. Sono quella che all’Eurochocolate Perugia del 2004 ha votato per il “choco-Sindaco” fondente (ed ha presenziato imperterrita alle successive edizioni); quella che ha una collezione di libri di cucina a tema e che tempera il cioccolato per farsi l’uovo di Pasqua.

Cortez_&_La_Malinche

La cioccolata buona – come tutti gli alimenti, del resto – è quella composta da pochissimi ingredienti: massa di cacao, burro di cacao, zucchero, aromi. Il nostro Paese, seppur non famoso come la Svizzera o il Belgio per la produzione di cioccolata di qualità, non sfigura certo in questa “dolce competizione”: basti pensare che le prime forme di tavolette, create con un metodo di origine atzeca, furono realizzate nella Contea di Modica, protettorato spagnolo nel XVI sec.; tutt’oggi questo cioccolato sui generis, creato con una particolare lavorazione “a freddo” che esclude il concaggio, delizia i palati degli appassionati.

A questo punto il lettore furbo si sta chiedendo: “‘Ok, questa è un’ultras del cioccolato, lo è anche mio nipote di due anni. E allora? Perchè ammorbarci con righe su righe per dire che il cioccolato è buono?”
(ndr. a proposito, se vi state chiedendo “Perché ci piace così tanto la cioccolata?”, qui vi spieghiamo il tutto, scientificamente!)

L’obiezione sarebbe calzante se non esistesse una “questione cioccolata” nell’Unione Europea.

Nel 1973, la direttiva CEE n.241 proibì ai Paesi membri l’utilizzo di grassi vegetali diversi dal burro di cacao per la produzione di cioccolato (fantastico no? Cioccolato di alta qualità per tutti!); il provvedimento prevedeva però, una deroga di tre anni per Danimarca, Gran Bretagna e Irlanda, affichè questi Paesi, adusi ad impiegare grassi vegetali sostitutivi del cacao nella produzione della cioccolata, armonizzassero le loro legislazioni; l’adeguamento di fatto non si ebbe mai e anzi, nel marzo del 2000, l’Unione Europea concesse, a contrario, ai produttori di cioccolato la possibilità di inserire grassi vegetali diversi dal burro di cacao (in genere olio di Karitè, di palma e di semi di illipe) nella misura del 5% complessivo .

E già qui non è che si facciano i salti di gioia.

Nel 2003 la Corte di Giustizia delle Comunità Europee ha statuito che “Il divieto di utilizzare la denominazione “cioccolato” per i prodotti a base di cacao e contenenti, in aggiunta, grassi vegetali diversi dal burro di cacao, imposto dalle normative spagnola ed italiana ed il conseguente obbligo di utilizzare la denominazione “surrogato di cioccolato” non è necessario per soddisfare l’esigenza imperativa attinente alla tutela dei consumatori, potendo l’inserimento nell’etichetta di un’indicazione neutra ed obiettiva che informa i consumatori della presenza, nel prodotto, di sostanze grasse vegetali diverse dal burro di cacao essere sufficiente per garantire un’informazione corretta dei consumatori.” 

Cioè mi stanno dicendo che possono mettere qualsiasi schifezza dentro il cioccolato, purchè il consumatore ne sia informato. Perchè, ovviamente, il consumatore medio – e che magari, non solo fa la spesa di fretta ma si fida anche di certi marchi di rinomanza – sa quali sono quei “grassi vegetali” non meglio specificati riportati in etichetta. Perchè il consumatore medio che non abbia intolleranze o allergie, normalmente legge le etichette. Chiaro, no?

Ma andiamo avanti.

cioccolato

E’ il 2010 quando la Corte di Giustizia dell’Unione Europea sanziona l’Italia ancora una volta perchè “Prevedendo la possibilità di completare con l’aggettivo “puro” la denominazione di vendita dei prodotti di cioccolato che non contengono grassi vegetali diversi dal burro di cacao, la Repubblica italiana è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti [dall’appartenenza all’Unione Europea n.d.r.]” ; aggiunge inoltre che “La Direttiva del 2000 ha proceduto ad un’armonizzazione completa delle denominazioni di vendita dei prodotti di cioccolato, e il legislatore comunitario ha previsto che l’aggiunta di grassi vegetali sostitutivi non implica tanto l’impiego di denominazioni differenti per tali prodotti, bensì la presenza di informazioni supplementari sull’etichetta. L’aggiunta di sostanze grasse vegetali diverse dal burro di cacao a prodotti di cacao e di cioccolato che rispettano i contenuti minimi previsti da detta direttiva, quindi, non può produrre l’effetto di modificare sostanzialmente la natura di tali prodotti al punto di trasformarli in prodotti diversi.”

In soldoni, per chi si è scocciato a leggere il virgolettato, cos’ha fatto il nostro Paese all’indomani della direttiva “ammazza cioccolato”? Prima ha tentato di far definire i prodotti con l’aggiunta di grassi vegetali “surrogato”, poi, sanzionato, ha richiesto l’inserimento della denominazione “puro” per quei cioccolati contenenti solo burro di cacao. Sanzionato nuovamente.

Alla fine, per l’Unione Europea si riduce tutto ad un problema di INFORMAZIONE. Non di qualità di prodotto, di eccellenze nazionali, di salute del consumatore.

No, mera informazione.

Confesso che ho cominciato a leggere le etichette un paio d’anni fa, quando ho scoperto di avere alcune gravi intolleranze alimentari. E non dimenticherò mai quella prima spesa: durò circa un’ora e alla fine acquistai un pacco di gallette di riso e altri pochi viveri di prima necessità. Adesso è una buona abitudine, oltre che un’esigenza.

Il diritto alla salute del consumatore, ancora una volta, viene messo in secondo piano rispetto al suo diritto ad essere informato? Pare di sì.

Però io me l’immagino proprio il dramma della Zia Nuccia che, volendo comprare gli ovetti di cioccolata per i propri nipoti, si mette a leggere le etichette…e magari senza occhiali perchè li ha dimenticati a casa…

Rispondi