MovieSista / Da Los Angeles con furore. La grande bellezza e il successo americano

Passato qualche giorno siamo tutti un po’ più calmi.
E lentamente si sta placando anche l’infinita valanga di commenti, post, articoli e insulti che, in questi giorni, ha inondato il web senza mezzi termini.
Il trionfo di Sorrentino a Los Angeles con La Grande Bellezza ha infiammato la platea del Dolby Theatre, ma anche gli animi di tutti gli italiani che martedì sera, dal comodo divano di casa, hanno potuto apprezzare e disprezzare il film fresco di Oscar: e così la rete si è subito trasformata in un’accesa arena in cui chiunque si è improvvisato critico cinematografico.

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All’estero però, e in particolar modo in America, ha incantato il pubblico vincendo premi e onoreficenze da ogni istituzione cinematografica, a cominciare dai British Academy Film Awards, arrivando proprio all’Oscar, passando per il Golden Globe. Ma ci sorprende davvero quest’ultimo riconoscimento? E soprattutto, perchè questa Italia e il suo cinema piacciono così tanto oltreoceano?

Cercando una risposta, si potrebbe guardare innanzitutto al protagonista: un giornalista cinico e disilluso, ad un punto morto della sua carriera e immerso in un ambiente fatto quasi esclusivamente di mondanità. E questo mi sembra sufficiente a cogliere le analogie con un passato cinematografico che in America conoscono molto bene; Jep Gambardella sembra un personaggio nato dall’incontro di due grandi protagonisti felliniani, il Marcello della Dolce Vita e Guido di 8 ½.
È risaputo. Per gli americani la storia del cinema italiano si ferma intorno alla fine degli anni Sessanta. De Sica, Rossellini, Visconti e Fellini. Chiunque conosce La Dolce Vita, lo scintillio di Via Veneto, “Michelangelo e ‘O sole mio”, come dice la tedesca di Amarcord. E, in tempi recenti, anche Woody Allen rende omaggio a Fellini, facendo passeggiare Benigni in Via Veneto, nel suo To Rome With Love. E l’ingrediente per il successo sembra proprio questo: richiamare alla memoria un nostalgico odore, di quelli che – “proustianamente” parlando – piace ricordare, unire il linguaggio universale del cinema a stereotipi nostrani, creare qualcosa che “fa” molto italiano.

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E Sorrentino si dimostra abilissimo nell’impresa. Sfrutta quello che all’estero è, probabilmente, il simbolo più efficace dell’Italia degli ultimi sessant’anni e va oltre, aggiornando la sua visione ai nostri tempi e alle nostre imperfezioni. Rappresenta perfettamente il bel paese, visto con gli occhi di uno spettatore medio, americano, che l’Italia non la vive, ma magari la sceglie come meta per le vacanze; e del resto, i nostri luoghi comuni ci sono tutti: Roma, l’arte, le feste, il latin lover, il cinismo, il disincanto, la magia della notte.
Altrettanto risaputo è il malcontento tipicamente italiano, che ha diviso la critica in due. Chi osanna Sorrentino e chi, invece, lo critica perché secondo loro questa non è per niente l’Italia in cui viviamo.
A noi non va mai bene nulla. Se non vinciamo nessun premio critichiamo un film fino a renderlo orribile anche a chi, magari, non l’ha neanche visto; ma anche quando all’estero riconoscono in noi qualche talento… sì, anche in quel caso riusciamo a trovare quel “ma” o quel “però” di dissenso.

La grande bellezza - Roma

Come per qualsiasi cosa, il gusto personale è incontestabile ma l’unico dato oggettivo è il risultato finale: nella logica di mercato Sorrentino vince e stravince e la sua pellicola diventa un perfetto oggetto d’esportazione, una colorata cartolina dall’Italia.
Lo dice quel 36% di share raggiunto in TV, con quell’abile scacco matto della Mediaset. Lo dicono i critici che hanno apprezzato il film e anche quelli a cui non è piaciuto. Lo dicono i social network e tutti quelli che da martedì sera si sono auto-incoronati critici e onniscienti in materia cinematografica.
E, a modo loro, anche quelli che il film non l’hanno proprio capito.

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Dovremmo imparare a deporre le armi ogni tanto e a goderci quei traguardi che a volte capita di raggiungere.
Dopo 15 anni l’Oscar è tornato in Italia e noi, presi dalle polemiche, non ce ne siamo neanche accorti davvero.

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