Nivea, Neve e le stordite del web (credono loro!)

Nivea vs Neve cosmetics

A volte mi sento proprio come Elle Woods.
Bionda, figa e ricca? Non proprio. Mi sento esattamente come deve essersi sentita lei nel momento in cui ha smascherato l’autrice dell’omicidio della quale era accusata la sua cliente, a colpi di nozioni base sulla permanente.

E’ di questi ultimi giorni una querelle giuridica che ha fatto interessare di diritto industriale chi, invece, in genere si appassiona nello scoprire, tra i brand low cost, i cosiddetti “dupe” – cioè, banalmente le copie – dei cosmetici griffati. Sì, avete tutti capito che sto parlando della causa intentata della società tedesca Beiersdorf AG, proprietaria del brand  Nivea (che, d’ora in poi, per comodità chiameremo semplicemente “Nivea“) nei confronti di Neve Cosmetics innanzi alle sezioni industriali del Tribunale di Milano ove, in primo grado, il giudicante ha accolto la domanda dell’attrice e ha dichiarato la nullità del marchio Neve Cosmetics.

Per ciò che concerne la mia opinione su questa surreale statuizione giuridica, rimando al post che campeggia allegro, “likato” e condiviso sulla pagina Facebook Studio Legale Fiorenza. Quello che invece mi preme analizzare in questa sede, è la reazione di centinaia di migliaia di consumatrici del segmento di mercato “cosmetico”.

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Nel giro di una notte è partito l’hashtag #StoConNeve e l’omonima pagina Facebook; hanno cominciato ad essere condivise immagini dalle scritte eloquenti quali “Se compro Neve è proprio perchè non è Nivea”; la pagina Fb della Nivea è stata inondata di commenti di disappunto, puntualmente cancellati, fino a che, sulla stessa, è stata disabilitata la funzione del commento da parte dell’utente (sic!). E non ho idea di cosa sia accaduto su altri social. E’ partita persino una petizione su change.org per far ritirare la causa in tribunale (*piccola postilla a riguardo: la sentenza è stata emessa, l’unica cosa che può fare Neve Cosmetics per evitare la cristallizzazione del giudicato, è proporre appello contro la prima statuizione. Durante il giudizio di appello poi, le parti potrebbero addivenire ad una trattativa, mediando sulla questione oppure, nella migliore delle ipotesi, Nivea potrebbe rinunciare agli atti del giudizio “dandola vinta” a Neve).

Quindi, adesso tutti quanti ci chiediamo: come mai questa imponente levata di scudi in difesa della piccola Neve contro la grande Nivea? Perchè si tratta di una storia alla Davide e Golia e le piccole e genuine realtà prevaricate dai colossi commerciali provocano sempre, nei consumatori, una sorta di sindrome da crocerossina? In parte.

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La prima dichiarazione di Neve Cosmetics sulla vicenda sulla fanpage di facebook del brand

 

In parte, e credo che sia l’elemento preponderante, sospetto che le migliaia di consumatrici che si sono imbufalite per questa sentenza, si siano sentite, letteralmente, prese per cretine. E’ come se un giudice, magari vecchio e da sempre chino sulle carte, che non usa il computer se non per scrivere le sentenze in Word (e rigorosamente in Times New Roman), abbia sentenziato nella sua buia aula di tribunale che migliaia di donne NON siano in grado di capire la differenza tra un prodotto da supermercato, con INCI decisamente discutibile, e un prodotto che si acquista online o in erboristeria, che al suo interno non ha petrolati e parabeni e che spesso è pure vegan.

Quelle donne, quelle che comprano Neve e mai comprerebbero Nivea (ho letto un commento piuttosto eloquente che diceva testualmente “Prima se il sapone per le mani era in offerta lo compravo, ora non lo farò più!”), non sono consumatrici qualsiasi. Non sono quelle che vengono imbonite con spot che promettono pelle di pesca con appena due applicazioni del prodotto pubblicizzato. Sono quelle che si informano, che sanno che i petrolati sono derivati della lavorazione del petrolio (e proprio bene alla pelle, in realtà, non fanno) e che i test cosmetici sugli animali possono essere ovviati da sperimentazioni in vitro. Sono, in sostanza, donne che leggono. Sono tutte quelle donne che la nostra bella Italia fa finta di non vedere. Salvo poi vantarsene (ma non è detto, a vedere i pietosi commenti sui social alle imprese di Samantha Cristoforetti) quando esse compiono qualcosa di mirabolante. In genere, però, le uccide sotto un silenzio assordante, sotto la coltre di ruoli di genere precostituiti (attenzione, il gender ci inghiottirà tutti), sotto le aspettative di famiglia, Stato, società.

E’ per questo che si sono arrabbiate. Perchè qualcuno, in una triste e umida “stanza dei bottoni”, ha deciso, ancora una volta, che loro sono troppo stupide per capire. Che non sono in grado di distinguere una lucida e croccante creme blulèe da un’ala di pollo carbonizzata.

 

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