TV / Sotto copertura, un’operazione buonista

Sotto copertura è la fiction andata in onda su Rai Uno il 2 e 3 novembre che racconta della cattura del camorrista  Antonio Iovine. Il boss è stato arrestato nel 2010 dopo 14 anni di latitanza. Figura di spicco del clan dei casalesi, Iovine si nascondeva nella sua Casal di Principe, ma una fitta rete di complici aveva reso le indagini molto complicate. La fiction di Rai Uno descrive le settimane precedenti all’arresto, seguendo le vicende della squadra guidata dal commissario Michele Romano, interpretato da Claudio Gioè.

sotto-copertura-foto-fiction-rai1

Mettendo da parte il resto del cast e la interpretazione di ognuno, una cosa colpisce di questa mini serie, il fatto che in fase di promozione sia stata lanciata come l’anti-Gomorra. In Italia non si riesce a fare nulla se non contro qualcos’altro, il fatto è che qui il paragone e il confronto non esiste, perché Sotto copertura perde in partenza.

Gomorra viene accusata di aver dato spazio e voce solo al male, solo alle faide tra camorristi, mentre lo Stato non entra mai in scena, le forze dell’ordine sono solo delle comparse nelle vicende del clan Savastano. La serie, nata dopo il lungometraggio, diretta da Sollima  ha riscosso un grande successo tra il pubblico, ma ha avuto pure critiche feroci da chi ritiene che prodotti simili – basti pensare a Romanzo Criminale- non fanno altro che proporre modelli negativi, che attecchiscono soprattutto negli ambienti già a rischio, ispirando addirittura comportamenti criminali. La verità probabilmente non sta né da una né dall’altra parte, sono prodotti mediali e così vanno presi, non necessariamente dei capolavori e allo stesso tempo non gli si può e non gli si deve attribuire un potere che non hanno.

Con Sotto copertura si è tentato di fare lo stesso, spacciando la mini serie come portatrice di valori sani, dello Stato che sconfigge il male, di uomini e una donna che sacrificano le proprie vite pur di catturare un latitante. Vero, lavorare anni e anni alla ricerca di un boss è un lavoro che allontana dagli affetti, fa terminare matrimoni, ma il modo in cui è stato raccontato nella fiction prodotta da Lux Vide per Rai Fiction appare elementare, a tratti banale e stucchevole. Colonna sonora scollegata, ad eccezione della sigla del rapper Lucariello (lo stesso autore della sigla di Gomorra),  passaggi lenti, dialoghi smielati, mancanza di atmosfera.
Non si chiedevano certo il sangue e le bombe, ma a tratti sembrava di assistere a una pubblicità progresso. La storia c’era, una vicenda vera, ma gli autori hanno seguito una strada che doveva far accendere i riflettori sui buoni, non sul buonismo. Certo, stiamo parlando di un prodotto non caricaturale come tanti si vedono su Mediaset, quelle cose orribili con Gabriel Garko per intenderci, ma qui siamo di fronte a una grande occasione persa.

sotto copertura

Non è certo facile aggiungere azione a una storia fatta di intercettazioni e pedinamenti, ma si trova molta più suspense in documentari e ricostruzioni di cui già si conosce la conclusione. Un posto al sole regala più emozioni. Non conosciamo il budget messo a disposizione, probabilmente non elevati come quelli di Sky, in ogni caso fattore importante ma non può essere una scusante sulle “prestazioni” dei singoli, che come nel caso di Guido Caprino, che interpreta Iovine, in questo caso sono molto al di sotto delle aspettative. Colpa della sceneggiatura povera, che mischia, frulla caratteri, vicende umane, cronaca e ne ricava un mix insipido. L’autogol nel considerarla l’anti-Gomorra non fa altro che creare ancora più aspettativa nella seconda serie di Sky, in arrivo nel 2016.
La Rai poi ha cercato pure di creare attorno alla messa in onda il fenomeno social con l’hashtag #metticilafaccia, ricollegandosi a una delle scene quando il commissario dice agli uomini e alle donne della polizia di non indossare il passamontagna per compiere l’arresto, come se le forze dell’ordine coprissero il volto per vergogna e non per poter proseguire il loro lavoro in una determinata zona. La scena più smielata e banale della storia delle fiction, un modo per stravolgere la realtà per un presunto fine pedagogico.

Rispondi